Mindfulness

in età evolutiva

Mindfulness in età evolutiva

Il contesto scolastico, per le sue caratteristiche strutturali, sembra essere il più adatto per l’implementazione degli interventi basati sulla Mindfulness in età evolutiva, i quali passano la maggior parte del loro tempo a scuola.

Inoltre, aspetto ancor più importante, proprio in tale contesto può realizzarsi l’intento preventivo ed educativo della Mindfulness in età evolutiva: se da un lato, gli interventi basati sulla mindfulness possono aiutare i bambini in difficoltà, dall’altro possono porsi come strumento indispensabile per l’apprendimento delle competenze prosociali, di tolleranza della frustrazione e di promozione della capacità cognitive utili e fruibili da tutti i giovani discenti della società.

Se le pratiche di meditazione in età evolutiva possono essere simili a quelle degli adulti, le modalità e i tempi devono essere differenti. A questo proposito, Fabbro propone, con i bambini più piccoli, di strutturare le sedute di meditazione in modo che siano molto brevi e che si svolgano con una routine invariata nel tempo (Fabbro e Muratori, 2012). Sempre secondo l’autore, gli esercizi devono essere semplici e adeguati alle capacità dei bambini; alla fine della meditazione è opportuno dedicare uno spazio per la condivisione delle esperienze, per poter esprimere le proprie difficoltà e discuterne. Inoltre, a seconda delle varie fasce d’età (5-8, 9-12, 13-18 anni) la letteratura fornisce suggerimenti su tecniche e procedure di meditazione specifiche (Hooker, 2008).

Molto importante, trasversalmente alle diverse tecniche e agli esercizi proposti, è aiutare i bambini a diventare consapevoli delle proprie emozioni (Fabbro e Muratori, 2012).

Uno studio condotto presso la University of British Columbia ha recentemente indagato l’effetto dell’inserimento di alcune semplici pratiche di mindfulness e di esercizi che insegnano a prestare attenzione agli altri all’interno di programmi scolastici volti a favorire lo sviluppo di abilità sociali ed emotive.

Lo studio ha coinvolto ricercatori appartenenti a diverse discipline, dalle neuroscienze, alla pediatra, alla psicologia dello sviluppo e all’ educazione, allo scopo di indagare in modo particolare gli effetti del programma MindUP™, nel corso del quale era previsto l’insegnamento di alcune pratiche di mindfulness, quali pratiche di esperienza sensoriale e pratiche con focus sul corpo e con focus sul respiro, su di un campione costituito da 99 bambini che frequentavano quattro diverse classi del quarto e del quinto grado.

Dallo studio è emerso come i bambini che avevano preso parte a questo programma fossero capaci di mettere in atto strategie di regolazione dello stress più efficaci e si mostravano, inoltre, più ottimisti e collaborativi con gli altri rispetto a bambini loro pari inseriti in un programma simile ma nel corso del quale non era previsto l’insegnamento di alcuna pratica di mindfulness. Rispetto a questi bambini, coloro che erano stati inseriti nel programma MindUP™ mostravano, inoltre, prestazioni scolastiche migliori in matematica.

Sembra che I bambini affetti da ADHD possano trarre particolari benefici dalla pratica di mindfulness, come affermano Van der Oord, Bögels e Peijnenburg (2012). Secondo I dati raccolti dagli autori gli autori gli esercizi di consapevolezza corporea, di sensibilizzazione sensoriale, di respirazione, yoga e meditazione ridurrebbero il comportamento ADHD: al termine del programma i bambini hanno imparato a concentrarsi per migliorare la loro attenzione, la consapevolezza, l’autocontrollo e l’inibizione delle risposte automatiche. Inoltre, essi hanno anche imparato ad applicare la consapevolezza in situazioni difficili, come l’essere distratto a scuola. Accanto al lavoro con I bambini, gli autori hanno proposto alle famiglie un percorso di Mindful Parenting (MP). Grazie a questo training i genitori hanno imparato a essere completamente presenti, in maniera non giudicante, nel qui e ora con il figlio; ad accogliere e rispondere, piuttosto che reagire negativamente di fronte ai suoi comportamenti inadeguati; ad accettare le sue problematicità; e infine a prendersi cura di se stessi. Poter affrontare e superare lo stress, per i genitori, è un traguardo importante perché, a casa, è loro compito incoraggiare i figli a fare meditazione, sia singolarmente sia insieme.

La mindfulness potrebbe risultare un utile strumento anche nella lotta ai disturbi alimentari dei più piccolo. Come testimonia la letteratura scientifica, la pratica di consapevolezza è efficace nell’aumentare l’inibizione e diminuire l’impulsività. Dal momento che l’obesità e i comportamenti alimentari non salutari sono associati ad uno squilibrio tra le connessioni nel cervello che controllano l’inibizione e l’impulso, la mindfulness potrebbe contribuire a trattare o prevenire l’obesità infantile.

Una nuova ricerca condotta alla Vanderbilt University School of Medicine (Chodkowski e Niswender, 2016) suggerisce che ci siano differenze negli equilibri neurali dei cervelli dei bambini normopesi e obesi, che inducono questi ultimi a mangiare troppo. Una perdita di peso stabile è difficile da raggiungere per questi bambini e questo può essere dovuto al fatto che richiede cambiamenti nel funzionamento cerebrale, oltre a cambiamenti di dieta e all’esercizio fisico. Secondo gli autori dello studio un modo per gestire in modo efficare il peso potrebbe essere quello di identificare precocemente i bambini a rischio per l’obesità e utilizzare la mindfulness per controllare l’impulsività a mangiare troppo.